Parlare oggi di inclusione, tutela ambientale e futuro richiede consapevolezza e anche una certa ostinazione. Guardando al contesto globale, infatti, la sensazione è che sui temi della sostenibilità e della diversity i passi indietro siano spesso più visibili dei progressi. Le crisi energetiche innescate dai conflitti internazionali preannunciano squilibri che rallentano le traiettorie di transizione.
Ma cosa possiamo fare per generare valore attraverso il nostro agire? Come possiamo contribuire a che il cambiamento non si limiti a contenere i danni ma apra nuove possibilità?
Crediamo che la risposta sia un cambio di paradigma: andare oltre la sostenibilità e adottare un approccio rigenerativo. Ripensare il senso stesso del fare impresa, mettendo al centro il perché e il per chi delle nostre azioni e il loro impatto sulle persone, sui territori e sugli ecosistemi.
Cosa significa essere un’organizzazione rigenerativa
Nel dibattito europeo sulla transizione, anche all’interno del Green Deal, ricorrono spesso verbi come “proteggere”, “preservare”, “ripristinare”. Sono parole importanti, ma che oggi non bastano più. C’è un termine, invece, che può aiutarci a cambiare prospettiva ed è il verbo rigenerare.
Essere un’organizzazione rigenerativa significa non limitarsi a ridurre il proprio impatto negativo, ma contribuire attivamente a migliorare i sistemi di cui si fa parte. Vuol dire progettare attività, relazioni, processi e modelli di business affinché producano benefici durevoli per l’ambiente, per le persone e per la società.
In altre parole, un’organizzazione rigenerativa non si chiede solo “come possiamo inquinare meno?” oppure “come possiamo consumare meno risorse?”. Si chiede anche: “come possiamo restituire valore?”, “come possiamo rafforzare i territori in cui operiamo?”, “come possiamo generare nuove condizioni di benessere, energia e possibilità?”.
Per anni molte aziende hanno lavorato, giustamente, per essere meno dannose, nocive per l’ambiente. Oggi, però, la vera sfida è andare oltre.
Da net zero a net positive
Per capire questa evoluzione, è utile chiarire due concetti legati al purpose del nostro agire come organizzazioni: net zero e net positive.
Net zero significa raggiungere un equilibrio tra le emissioni di gas serra generate e quelle ridotte, rimosse o compensate. In pratica, un’organizzazione punta ad azzerare il proprio saldo climatico netto. È un obiettivo fondamentale, perché aiuta a contenere il danno e a ridurre la pressione sul clima.
Ma net zero non coincide ancora con la rigenerazione. Significa, in sostanza, “non peggiorare ulteriormente” una situazione già compromessa.
Net positive, invece, alza l’asticella. Significa generare un impatto positivo netto: lasciare l’ambiente, le comunità e i sistemi sociali in una condizione migliore rispetto a quella di partenza. Non solo emettere meno, quindi, ma contribuire a ripristinare ecosistemi, aumentare il benessere delle persone, rafforzare territori, attivare valore condiviso.
Se net zero è il punto in cui smettiamo di sottrarre, net positive è il punto in cui iniziamo a restituire.
I pilastri dell’impresa rigenerativa
Diventare un’organizzazione rigenerativa significa ripensare le fondamenta stesse del fare impresa. Questa trasformazione si costruisce su quattro pilastri.
- Purpose rigenerativo: lo scopo non è un enunciato formale né uno strumento reputazionale, ma il principio che orienta strategia, decisioni e priorità.
- Value proposition orientata al benessere: prodotti, servizi e soluzioni sono progettati per migliorare concretamente la qualità della vita delle persone e la salute degli ecosistemi.
- Governance di lungo periodo: leadership, assetti decisionali, proprietà e sistemi di incentivazione sono coerenti con il purpose e con una visione che guarda oltre il breve termine.
- Orientamento net positive: l’organizzazione non si limita a ridurre il danno, ma punta a generare valore ambientale e sociale netto.
L’atomo del management rigenerativo
La rigenerazione prende forma nella pratica quotidiana, a partire dall’elemento più piccolo e più importante di ogni organizzazione: la persona.
Per questo possiamo immaginare il management rigenerativo come un atomo composto da sei dimensioni essenziali che rappresentano il purpose:
- Dignità: riconoscere ogni persona come fine e mai come semplice mezzo.
- Solidarietà: fare in modo che bisogni, fragilità e aspirazioni trovino ascolto reale.
- Pluralità: valorizzare differenze, punti di vista e competenze come una ricchezza generativa.
- Sussidiarietà: creare le condizioni perché ciascuno possa agire con autonomia, responsabilità e consapevolezza.
- Reciprocità: costruire relazioni fondate sulla fiducia, sullo scambio e sul riconoscimento reciproco.
- Sostenibilità: coltivare una cultura in cui le persone diventino custodi attente delle altre persone, delle risorse e dei contesti in cui operano.
Che cos’è il Regeneration Lab
Per realizzare questa visione è nato il Regeneration Lab, che abbiamo promosso insieme a Mylia, Francesco Derchi e Roberto Mario De Stefano, OPIT Open Institute of Technology e Les Roches Global Hospitality Education. Si tratta di un progetto che aggrega competenze, studia modelli di business rigenerativi e aiuta le organizzazioni e leader aziendali a metterli in campo.
Il Lab lavora per superare il concetto tradizionale di sostenibilità inteso come semplice contenimento dell’impatto, e accompagna le imprese verso un approccio capace di generare valore condiviso. In questa direzione si inserisce anche l’evento Rigenerare le organizzazioni, promosso da Mylia, che ha aperto uno spazio di confronto tra imprese, manager, professionisti e professioniste interessate a questo cambiamento.
La rigenerazione diventa credibile solo quando prende corpo in azioni tangibili. Succede quando persone e imprese scelgono di attivare “energia positiva” nei contesti locali, mettendo al centro l’empowerment delle comunità e non soltanto la logica del ritorno immediato. È in questa prospettiva che si collocano iniziative nate anche al di fuori dei percorsi di business più tradizionali, come il progetto avviato in Nigeria che ha generato un circolo virtuoso con la donazione di materiali da parte dei nostri partner che hanno abbracciato la causa.
Oggi, grazie al lavoro condiviso nel Regeneration Lab, queste pratiche possono diventare metodo, visione strategica e capacità di scala. Ed è importante che ciò avvenga perché, come detto più volte da Francesco Derchi, il vero rischio, oggi, non è parlare troppo di sostenibilità, ma fermarsi qui, non andare oltre, verso la rigenerazione delle comunità e dei sistemi di cui facciamo parte.